Il gastrolinguista poliglotta
E già… oramai non ci sarà neppure un visitatore di questo blog e non posso biasimarli! Di certo io, con la mia latitanza, non ho contribuito a renderlo appetibile. Ma cercherò di rimediare, perbacco!
Intanto, la mia vita si svolge nel più assoluto bilinguismo, adesso reso ancora più palese dal fatto che stiamo crescendo la pupetta in spagnolo e in italiano. In stereo, per intenderci. Mi sono sentita dire di tutto da tutti: da quelli che sono d’accordissimo sul nostro atteggiamento a quelli che ritengono che crescere in due lingue sia più un danno che una benedizione. Ovviamente io non sono d’accordo. Diversi studi hanno messo in evidenza come nel cervello del bilingue precoce (io invece sono un bilingue consecutivo, ovvero, ho acquisito la mia seconda lingua in età adulta) vengano stimolate delle aree che nel monolingue rimangono in stato potenziale. Il bilingue precoce (ossia, chi cresce con due lingue) ha maggiore facilità nell’apprendimento della matematica e ovviamente di una terza lingua, che per lui/lei oramai è un gioco di bambini. Sono competenze che si sviluppano anche nel bilingue consecutivo, ma per ovvi motivi di meno. Poi ci sono anche quelli che ritengono che bilingue lo sia solo chi cresce con due lingue. I grandi linguisti e i grandi studi condotti su questo fronte smentiscono simile affermazione. Ma non mi voglio soffermare troppo su questo punto.
Anche perché qualcuno potrebbe pensare: e che c’entra il bilinguismo con la gastrolinguistica? C’entra, c’entra. Intanto il bilingue è facilitato per lo studio/messa in pratica della intergastrolinguistica. E non roba da poco.
Vi è una corrente di pensiero che ritiene fondamentale l’adempimento di tre gesti epici prima di lasciare questo mondo: fare un figlio, piantare un albero e scrivere un libro. Il primo l’ho appena fatto (e che figlia, se permettete!); il secondo, tempo fa (e più di un albero, se è per questo). Il terzo, traduzioni (che alla fine non sono libri propri) e tesi di laurea a parte, deve arrivare ancora. Qualche poesuccia, raccontino e così via ce li ho pure io, ma mi rendo conto che non si tratta di grandi cose. Il mercato è già saturo e pieno di persone che vogliono diventare the next big thing. Non è il mio caso. I miei scritti li leggono quattro gatti, ma proprio quattro, e non ho mai mandato un manoscritto a una casa editrice. Chiaro che non sto dicendo che gli altri facciano male. Anzi, grazie a Dio che c’è chi li manda e condivide il proprio talento con il mondo!
Invece un mio progetto nel cassetto riguarda la cultura alimentare, la mia grande passione, assieme alla mia altra grande passione, ossia la scrittura/lettura. Difatti è da tempo che coccolo l’idea di scrivere una monografia sul linguaggio e la traduzione enogastronomici (che è un campo assai vasto, quindi dovrò restringere la ricerca). Così, una volta avrò finito il master in cultura alimentare, che sto facendo proprio in questi mesi, riprenderò la specialistica in traduzione e mi butterò a capofitto su questo progetto. A questo proposito, si trova tanto materiale in giro e per quanto riguarda corsi e corsetti c’è solo l’imbarazzo della scelta: chi ti propone di imparare a tradurre il linguaggio del vino con due gite in cantina, chi ti assicura di entrare in confidenza con la parlata dei fornelli (e sì, i fornelli parlano eccome!) con giusto un mese di lezioni di cucina, chi in un finesettimana vuole formare traduttori nel settore enogastronomico… Ma se c’è una cosa che ho imparato in questi mesi, da quando ho cominciato a studiare seriamente la cultura dell’alimentazione, è appunto che c’è un mondo insospettato che si cela dietro una bottiglia di vino, dietro la porosità di un formaggio, dietro l’arte di una ricetta ben riuscita. E mi accorgo che so solo di non sapere (quasi) nulla. Ma a tutto c’è rimedio. E allora mani all’opera!



Progetto molto interessante. Tienici aggiornati sul suo sviluppo.